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Riporto qui una bellissima intervista a Mario Giacomelli del 1987.
Questa intervista è
stata realizzata da Frank Horvat http://www.horvatland.com/
Frank Horvat
: Mi
chiedo se i tuoi occhi somigliano a quelli di tua madre.
Mario
Giacomelli :
Non so bene come li aveva, mia madre. Forse la sola differenza tra noi
era che lei portava un vestito da donna, e io da uomo. Di mia madre, la
cosa che mi sembra la più importante, e anche la più bella, è che in
tutta la sua vita non sono mai riuscito a dirle che la amavo. Forse per
il mio cattivo carattere, o per timidezza. Non sono mai riuscito a darle
un bacio, e nemmeno a chiederle come stava. È morta pochi mesi fa. Ho
baciato le sue labbra, dopo morta, ma per me era bello, e da quel
momento ho cominciato a vivere con lei, adesso le chiedo come sta, se è
felice di me. Son cose più grandi della fotografia, forse è meglio non
parlarne.
Frank Horvat
: Ma
tu guardi i tuoi occhi allo specchio, ogni tanto ? Ti chiedi cosa sono,
questi occhi ?
Mario
Giacomelli :
Non li guardo, forse neanche li sento. 0 li sento come un tramite.
Quando tu fotografi, hai un'immagine di fronte, che attraverso un
forellino entra nella macchina, e tu puoi averne una copia, un estratto.
Cosi sono i miei occhi, uno strumento per prendere, per rubare, per
immagazzinare cose che vengono poi intrise e rimesse fuori, per gli
occhi degli altri.
Frank Horvat
: E
la macchina fotografica ? Tu non hai una macchina come noi tutti, Kodak
o Nikon o Leica.
Mario
Giacomelli :
Io non so cosa hanno gli altri. Io ho una macchina che ho fatto
fabbricare, una cosa tutta legata con lo scotch, che perde i pezzi. Io
non sono un amante di queste cose. Ho questa da quando ho iniziato,
sempre la stessa. Con lei ho vissuto le cose, belle o brutte, con lei ho
diviso tanti attimi della mia vita, senza di lei non potrei -- mi
rattrista solo l'idea di staccarmi da lei.
Frank Horvat
: Ma
questa macchina da dove viene?
Mario
Giacomelli :
L'ho fatta fare io. Ho smontato un'altra macchina di un amico mio,
togliendo tutte le cose inutili. Per me l'importante è che ci sia la
distanza e -- cosa c'è d'altro ? Io non so come funzionano queste cose.
L'importante è che non passi la luce. È una cassa senza niente.
Frank Horvat
: E
che film ci metti ?
Mario
Giacomelli :
Quello che trovo.
Frank Horvat
: Ma
un film 35 millimetri ?
Mario
Giacomelli :
Non mi chiedere i millimetri. I film grandi, non quelli piccoli. Non il
piccolo formato. Mai avuto.
Frank Horvat
:
Centoventi ?
Mario
Giacomelli :
Non mi dire mai i numeri! Io so solo una cosa: il sei per nove e ridotto
a sei per otto e mezzo.
Frank Horvat
:
Cioè fai dodici foto con un rullino ?
Mario
Giacomelli :
Non ricordo. Mi sembra che ne faccia dieci, non dodici. Dieci immagini.
Per me questo è importante. Una volta ho vinto un apparecchio di piccolo
formato, in un concorso, ma non sono riuscito a fotografare, era troppo
veloce, non c'era più la partecipazione come con la mia macchina, non
avevo il tempo di pensare, scattavo quasi inutilmente. E perdevo la
gioia più bella, che è questo aspettare, questo preparare l'immagine,
girare, cambiare il rullino. Invece questa è giusta per me, per il mio
carattere.
Frank Horvat
: E
che velocità ha questa macchina? Un trentesimo? un centesimo?
Mario
Giacomelli :
Non ricordo. So che non arriva oltre il duecentesimo. Per fare i
paesaggi dall'aereo, me ne faccio prestare un'altra, da un amico, ci
sarebbe da vergognarsi, però non me ne frega niente. Per me va bene lo
stesso, perché io, se potessi, fotograferei senza macchina, non ho
questo grosso amore per la meccanica.
Frank Horvat
: E
il diaframma che apertura ha ?
Mario
Giacomelli :
Secondo le volte. A Scanno, per esempio, le ho fatte quasi tutte a un
venticinquesimo. In inverno faccio due e ventidue.
Frank Horvat
:
Diaframma ventidue e mezzo secondo.
Mario
Giacomelli :
So che c'è un due e un ventidue. È la chiusura dell'obiettivo, questo
l'ho imparato a memoria.
Frank Horvat
:
Dunque chiudi completamente l'obiettivo.
Mario
Giacomelli :
Tutto chiuso, sempre uguale. Perché sono paesaggi. Invece quando faccio
le figure no. Tengo l'obiettivo aperto perché c'è poca luce.
Frank Horvat
: E
i vecchi nell'ospizio ?
Mario
Giacomelli :
I vecchi nell'ospizio è un altro discorso, adopero un lampo.
Volutamente. Perché alla cattiveria di chi ha creato il mondo, di chi ci
fa invecchiare, a questa cattiveria aggiungo anche la mia cattiveria.
Non tanto per mostrare la materia della pelle, ma per aggiungere qualche
cosa di ancora più forte, un contrasto. Il lampo modifica la realtà, la
fa più mia.
Frank Horvat
:
Anche se quello che il lampo ti dà non è quello che vedi al momento in
cui scatti ?
Mario
Giacomelli :
Se non lo vedo, non lo scatto. Quando uno è abituato a usare il lampo,
non tiene più conto se c'è luce o non c'è luce, solo di quello che sta
accadendo di fronte all'obiettivo, dell'espressione dei volti. Direi
anzi che so tutto prima.
Frank Horvat
:
Anche perché, su ogni progetto, tu non lavori per un giorno o una
settimana. Ma per due anni, tre anni. E poco a poco conosci.
Mario
Giacomelli :
Per me l'importante è crearmi questa atmosfera. Essere chiuso in questa
specie di scatola, in contatto con questo piccolo mondo. Vivere le cose
che loro vivono, essere uno di loro. All'ospizio sono andato per un anno
senza macchina fotografica, perché non volevo che sentissero la macchina
puntata. Ero un vecchio come loro.
Frank Horvat
:
Che età avevi ?
Mario
Giacomelli :
Avevo cominciato a fotografare da pochi mesi. Avevo una trentina d'anni.
Frank Horvat
:
Avevi pensato per molto tempo a questa progetto ?
Mario
Giacomelli :
Niente, non ci ho pensato niente. Le prime immagini che avevo fatto
erano state di mia moglie, di mia madre, dicevo loro: "stai li". Ma mi
son reso conto che non so fotografare una persona che sorride, che è
dolce nel viso, ho bisogno che l'altro sia come sono io dentro. Allora
inveisco, divento cattivo. Fotografando loro, ho sentito che avevo
bisogno di qualcosa di più vero. Per questo ho pensato all'ospizio.
Frank Horvat
: È
stato il tua primo lavoro importante ?
Mario
Giacomelli :
È importante anche oggi. Se dovessi scegliere tra le cose fatte,
salvarne una, salverei l'ospizio. Non per l'ospizio in sé, dell'ospizio
non me ne frega niente. Quello che mi importa è l'età, il tempo. Tra me
e il tempo c'è una discussione sempre aperta, una lotta continua.
L'ospizio me ne dà una dimensione più esatta. Prima di fotografare io
dipingevo, si potrebbe pensare che dipingere non abbia niente a che fare
con il tempo, ma anche allora era il tempo che contava. Ogni sera
iniziavo un quadro, e mi imponevo di terminarlo quella notte, anche se
non andavo a dormire. Per finire il quadro con quella stessa tensione.
Perché il giorno dopo sarei stato un'altra persona, non avrei più
sentito le stesse cose.
Frank Horvat
:
Cosa dipingevi ?
Mario
Giacomelli :
Ho iniziato a dipingere con la terra, incollavo la terra con altre
materie, con le foglie, non so se si può chiamare "dipingere". Poi ho
provato i colori, le tele. Poi ho distrutto tutto. Poi, per un periodo,
ho scritto poesie, e ho distrutto anche quelle. Poi ho scoperto che la
fotografia ha una forza maggiore che tutte le cose che avevo fatto
prima. Anche se non crei, anche se non puoi dire tutte le cose che vuoi,
la fotografia ti permette di testimoniare del passaggio tuo su questa
terra, come un blocco di appunti. Ho scoperto che questo mezzo
meccanico, freddo come dicono, permette di rendere delle verità che
nessuna altra tecnica può rendere. La mia prima macchina era una Comet,
l'ho comprata il 24 dicembre. Il 25 sono andato al mare, e ho provato -
ma non capivo neanche come funzionava - ho provato con queste pose molto
lunghe. Le onde venivano verso di me e io spostavo la macchina in senso
opposto. Ce ne sono state tre a quattro giuste, come le avevo
immaginate. Le altre erano da buttare. Così, al primo contatto tra me,
la natura e la macchina fotografica, ho scoperto che questo aggeggio
meccanico, che prima mi faceva paura, poteva diventare una continuazione
di me stesso.
Frank Horvat
: E
le fotografie le sviluppi tu ?
Mario
Giacomelli :
Le sviluppo e le stampo. Le bacinelle son lì, il tavolo, come vedi, è
tutto consumato.
Frank Horvat
: E
quello che trovi nelle tue foto è quello che pensavi di trovare ? O ci
sono molte sorprese ?
Mario
Giacomelli :
Se ci fossero troppe sorprese non le userei. Sono molto vicine a quello
che volevo, qualche volta sono proprio quello che volevo. Ma certe
nascono anche dal caso, io sono uno che crede anche al caso. Da
particolari non preventivati prima, che forse sentivo senza rendermene
conto. Qualche volta le cose non vengono come volevo, ma qualche volta
vengono meglio.
Frank Horvat
: Ma
al momento in cui fotografi tu sai quello che vuoi.
Mario
Giacomelli :
Il fatto che non le butto significa che in qualche modo corrispondono a
quello che volevo.
Frank Horvat
:Tanto
più che tu ti dai il tempo necessario per sapere quello che vuoi, per
avvicinarti sempre di più -
Mario
Giacomelli :
Vorrei entrare dentro. Io credo all'astrattismo, per me l'astrazione è
un modo di avvicinarsi ancora di più alla realtà. Non mi interessa tanto
documentare quello che accade, quanto passare dentro a quello che
accade. E le fotografie che contano di più sono forse quelle che ho
vissuto senza scattarle. Questa donna senza denti, che cerca di
masticare e non riesce a mandar giù, si toglie di bocca questa cosa e la
rimette sul tavolo. Poverette, non vedono. L'altra che le sta vicino la
riprende - all' inizio, per mesi, non riuscivo più a mangiare - riprende
la cosa masticata dalla prima, se la mette in bocca e continua, come se
fosse una cosa sua. Le immagini più vere sono queste, che io conosco e
che tu non saprai mai, le immagini che non ho fatto.
Frank Horvat
: Ma
che sono contenute, in qualche modo, in quelle che hai fatto.
Mario
Giacomelli :
Certo, vivendo tanto tempo insieme a loro, uno le fa e non se ne
accorge.
Frank Horvat
: Ci
andavi tutti i giorni ?
Mario
Giacomelli :
Tutti i momenti liberi, Natale, Pasqua, sabato pomeriggio, la domenica
appena svegliato e appena fatta colazione.
Frank Horvat
:
Perché tu sei un fotografo della domenica.
Mario
Giacomelli :
Fotografo quando ho il tempo. Io non sono un mestierante, nessuno mi può
mandare, nessuno mi può dire : "adesso vai a fotografare". Neanche la
fame me lo può dire. Vado quando fa comodo a me, quando mi sento
preparato. Se sono distratto io non fotografo, neanche mi viene in mente
di fotografare.
Frank Horvat
: Ma
all'ospizio ci andavi ogni settimana.
Mario
Giacomelli :
Tutti i giorni che non lavoravo in tipografia. Stavo lì, tenevo la mano
all'una, portavo le caramelle all'altra che il figlio non andava mai a
trovare - e che poi invece mi ha denunciato perché la fotografavo.
Frank Horvat
: E
in una giornata così facevi un rullino, due rullini ?
Mario
Giacomelli :
Certe giornate non faceva niente. Perché è come se tu ti vedessi in uno
specchio, e non sempre hai il coraggio di vederti. Ci sono delle volte
che vorresti che non avessero mai inventato lo specchio, perché
quell'immagine sei tu, sono i tuoi figli, è tua madre. Ognuna di queste
immagini è il ritratto mio, come se avessi fotografato me stesso. Non ho
niente contro i vecchi o contro l'ospizio. Solo contro il tempo, questo
presente che non esiste mai, già il momento in cui parliamo è fatto un
po' di prima, un po' di dopo, di passato e di futuro. Là dentro lo senti
ancora di più, come un coltello puntato contro il tuo cuore, ogni cosa
ti concerne e ti ferisce. A volte hai il coraggio di fotografare e a
volte no. Come a Lourdes, le fotografie che ho fatte non so neanch'io
come le ho fatte. Una volta stavo a vedere una bambina, non so che male
aveva, la tenevano in quattro o cinque, e lei cercava di morderli, e
loro la lasciavano e poi la rincorrevano. Io ho messo giù la macchina
sul muretto di quella scalinata, e sentivo le lacrime, non so come si
piange, però scendevano come da un rubinetto. Quell'immagine là ho
sempre davanti agli occhi, questi miei occhi hanno saputo piangere ma
non hanno saputo guardare attraverso la macchina. E la macchina è stata
abbastanza onesta per non forzarmi. Apposta voglio tenere questa, che ho
sempre avuto, è come se avesse la mia stessa sensibilità, niente di
diverso dal mio carattere. Non vuole cose difficili perché non voglio
case difficili, la posso lasciare dove voglio, la ho lasciata anche nei
campi e l'ho ritrovata, a molti sembra forse un oggetto buttato via. Ma
sono cose che è meglio non spiegare.
Frank Horvat
:
Dunque ci sono delle cose davanti a cui tu ti dici : "questo no, non lo
fotografo."
Mario
Giacomelli :
Non è che me lo dico, io mi accorgo che non fotografo. Quando non
accetto come verità quello che i miei occhi vedono, perché mi sembra
impossibile che una persona, dopo una vita di stenti e di lavoro, sia
condannata in quella maniera. Ci sono delle cose che non vogliono essere
riprese. Poi altre volte mi accorgo invece che fotografo: quando posso
fare delle immagini che non gridano contro nessuno. Solo contro il
tempo.
Frank Horvat
: E
quando tu le guardi, dopo, queste tue foto, c'è un momento in cui ti
dici : "questa va bene e questa no, in questa direzione voglio cercare
più lontano" ?
Mario
Giacomelli :
Non capisco cosa vuoi farmi dire. Mi sembra che vuoi sapere qualche cosa
che non so dirti. Io non mi dico mai : "adesso scatto, adesso non
scatto". Ci sono delle volte che io guardo una cosa, ma le mani sono
bloccate. Invece altre volte quello che accade è cosi naturale che lo
posso fermare, l'immagine mostra solo quello che mi aspetta domani, non
grida contro nessuno.
Frank Horvat
: Io
ti chiedevo di un secondo tempo, quando guardi i contatti.
Mario
Giacomelli :Nel
secondo tempo le vedo ancora meglio, queste cose che ho vissuto. Le
immagini che scelgo sono quelle che rendono le sensazioni che ho provato
nel momento in cui scattavo, le sensazioni che vorrei non perdere, che
vorrei dare ad altri. Scelgo le immagini che potrebbero aiutare gli
altri a riflettere, ad amare di più la vita.
Frank Horvat
: La
mia domanda era in relazione al progresso del lavoro. Hai fatto le tue
foto domenica, le hai sviluppate lunedì. Martedì guardi i contatti. Ti
dici : "Ecco, questa cosa l'ho mostrata bene, quest'altra dovrei cercare
di mostrarla meglio domenica prossima" ? Finché, dopo tre anni, o cinque
anni, tu hai l'impressione di aver reso quello che potevi rendere ?
Mario
Giacomelli :
Questo accade per tutti gli altri soggetti, ma non per l'ospizio. Ogni
fotografia è il ricordo di un giorno vissuto in mezzo a loro. Per
l'ospizio non faccio programmi, domani vivrò altre situazioni. Invece ho
programmato nel caso di certi paesaggi, alcuni addirittura li ho
costruiti io. Vengo con il contadino, con il trattore, dico : "Vorrei
fare dei segni qui", costruisco la fotografia come un quadro. L'ospizio
invece lo vivo come la vita, giorno per giorno, ogni volta imparo delle
cose che la volta prima non sapevo.
Frank Horvat
: A
proposito dei paesaggi, mi hai detto che sei andato verso un'astrazione
sempre più grande, finché, ad un certo punto, hai avuto l'impressione di
aver esaurito il soggetto.
Mario
Giacomelli :
L'ospizio, in fondo, è come la vita mia, che continua. Con il paesaggio,
invece, purtroppo, mi sono bloccato. A un certo momento ho voluto
vederlo verticalmente, per averne una prospettiva diversa. Sono partito
da questa terra, come la vede il contadino che ci lavora, poi ho voluto
vedere la stessa cosa da sopra. E guardandola così mi è sembrato, ancora
una volta, di essere entrato dentro, la terra non era più terra ma
segno, come le rughe delle mani, come la pelle dei vecchi. Sulla terra
c'è il contadino, che pianta le patate, e che non sa che quello che lui
fa è per me un segno, che a me dà un'emozione diversa. Le rughe della
terra e della pelle mi insegnano delle cose che non conoscevo, che il
contadino non può conoscere, che quello che guida l'aereo non può
sapere. Come se qualcuno illuminasse le cose magicamente. I neri
nascondono, i bianchi mettono in evidenza certe forme, quello che si
viene a creare sulla pellicola è un mondo diverso, certi paesaggi
diventano come merletti ricamati. Se il contadino che ha abbandonato
quella casa sapesse com'era bella la sua terra, vista così, forse non
l'avrebbe abbandonata. Ma qualche volta mi chiedo qual'è la relazione
tra la realtà che fotografo e questo segno che resta. Le rughe dei
vecchi sono ancora i vecchi, è ancora la loro sofferenza ?
Frank Horvat
:
Quello che dici delle rughe della terra, come le rughe dei vecchi, mi fa
pensare che tu vai sempre dritto ai temi essenziali, la vecchiaia, la
sofferenza, la terra, l'amore. Forse è per questo che abbiamo parlato
dell'occhio e della macchina fotografica, strumenti essenziali del tuo
lavoro. Un terzo tuo strumento essenziale, del quale ti vorrei chiedere,
è la parola. Perché il tuo punto di partenza è da una parte lo sguardo,
dall'altra la parola. Molte tue fotografie si riferiscono a poemi che
hai letto. E immagino che quando tu le guardi e le giudichi, il criterio
che te la fa accettare - o rifiutare - è l'aderenza a una parola.
Mario
Giacomelli :
A quello che ha creato dentro di me la parola. : "Luna vedova per strade
di mare"- è bella proprio come immagine - "io non ha più sogni da
dormire, nel bianco mattatoio di casa mia". Però io racconto, non
illustro. Vedo le immagini del poeta, ma poi cerco emozioni nuove, come
se mi lasciassi prendere per mano e portare per strade dove mi sembra di
essere sempre passato, e dove invece non sono mai passato. E certe
immagini, che prima non mi dicevano niente, da quel momento parlano,
respirano. E so che quando la mia emozione mi dice "schiaccia questo
pulsante", questo vuol dire che lì qualcosa ci deve essere, anche se a
prima vista l'immagine può non parere bella, se il soggetto può sembrare
povero, o ridicolo. Come quest'altra: "un muro vecchio e un cane solo".
Un'immagine stupidissima, la saprebbe fare chiunque. Ma questa immagine
provoca in me una certa emozione, come se azzerassi tutto…
Frank Horvat
:
Nel senso che metti a zero…
Mario
Giacomelli :
Che riparto da capo, che mi sento proprio senza niente. lo non vedo né
il cane né il muro, ma vedo come sono piccolo, come ho paura, vedo che
domani la mia vita deve finire, mentre pensavo di fare ancora mille
cose. Ma non è facile parlare di questo. Se io fossi onesto con me
stesso, mi incazzerei come una bestia. Son cose che ho provato ma che
non so spiegare, cose belle, che raccontarle è da vigliacchi. Tu me lo
spieghi un orgasmo con tua moglie ?
Frank Horvat
: Ti
voglio chiedere una cosa: c'è questa vita che scorre, e questi istanti
che valgono tutti la pena di essere vissuti, e queste diecimila o
ventimila foto che tu hai fatto, che sono tutte interessanti. Ma poi ce
ne sono venti, o trenta, o quaranta, dove c'è qualcosa di più, la
grazia. Tra tutte le foto che tu hai fatto all'ospizio c'è questa, che è
stata pubblicata dappertutto…
Mario
Giacomelli :
Sai perché per me è bella ? Tu vedi la vecchia, l'ospizio. Ma se tu la
guardi ancora meglio, non c'è più né vecchia né ospizio, è come un mare
bianco, come una barca su un'onda. Ma questo è venuto dopo che ho pianto
dentro di me una quantità di volte, di fronte ad altre immagini. Non so
se questa è più importante, per me sono tutti attimi, come il respiro,
quella prima non è più importante di quella dopo, ce ne son tanti,
finché tutto si blocca e tutto finisce. Quante volte abbiamo respirato
questa sera ? Nessun respiro era più bello dell'altro e tutti insieme
sono la vita. Ma un'altra fotografia che sento è questa : perché c'è
qualche cosa che ha ancora il sapore di vivo, ma qualche cosa d'altro
che è già come decomposto, deformato. Da qui a qui è passato il tempo,
qui riesci a decifrare, qui c'è solo una macchia, solo polvere, si è già
impastato tutto, perso tutto. E da dietro, invece, viene una luce. Per
un attimo lo sento, questo. Non è una bella fotografia, è tutta
sbagliata, ma c'è la mia rabbia di chiedere: "perché essere vivo ?
perché la morte è così vicina ?" Io ho sessant'anni, ed è come avere
sessant'anni di morte sulle spalle, più morte addosso che vita. Sono
queste idee che si impastano con le figure. Come anche in questa dove si
baciano, due amanti, lui gli prende le mani, gli fa una carezza. Nessun
amore può avere più dolcezza che questo vecchio con questa vecchia. Io
faccio queste immagini perché vorrei che gli altri, dal momento in cui
le vedono, vivessero diversamente. Che la carezza che questi ancora
cercano da vecchi, da giovani l'avessero saputa fare. Quanta gente vive
e non sa carezzare ? Quante donne muoiono senza aver mai provato
l'orgasmo ? Quando io mostro questi vecchi, mostro me stesso, le cose
che non ho capito, che avrei voluto fare in un'altra maniera, che vorrei
ricominciare. Ma l'immagine è solo una minima parte di quelle che sento,
è per questo che se ne fanno tante.
Frank Horvat
: Ma
solo certe sono dei miracoli, solo in certe quello che è stato il flusso
della vita si ritrova in quello che è stato fermato. La vecchiettina
come una nave sulle onde è un miracolo, il flusso della vita è là,
nell'istante che hai fermato.
Mario
Giacomelli :
Ma forse tu questo lo inventi, la fotografia non è solo quello che tu
vedi, ma anche quello che tu aggiungi. Un altro vede magari un'altra
cosa, io ho forse visto un'altra cosa. Ma che importanza ha che una veda
una cosa o l'altra ? Forse l'importante è il contatto tra uomo e uomo,
il fatto che parliamo degli alberi che perdono le foglie, delle cose che
si calpestano senza accorgersene, di questa casa che muore così, piano
piano, il proprietario l'ha abbandonata, eppure magari è nato lì, ha
pianto lì, ha riso lì. In questa casa si apre una frattura, piano piano,
e un giorno o l'altro la casa cade, e mi dispiacerebbe che morisse senza
che io me ne accorga.
Frank Horvat
: E
tu vai a vederla ogni settimana ?
Mario
Giacomelli :
Conto i giorni come se andassi a trovare un figlio, o una madre. Io con
lei riesco a parlare, c'è un legame. E magari non so aprirmi con un
altro uomo, perché lui parla solo di soldi. Io non butto via neanche
cinque lire, però non parlo mai di soldi. Perché le ricchezze, per me,
sono proprio queste, le cose inutili che gli altri hanno buttato via, le
cose piccole che per molti non hanno senso. Come questa casa che si apre
piano piano. Ogni settimana questa casa m'aspetta. Diranno che sono
pazzo, ma per me va bene essere un pazzo che si accorge di quello che
accade attorno a lui, per me sono più pazzi quelli che non si accorgono.
Di tutto no, non mi accorgo, però vorrei accorgermi di tante cose,
apposta cerco le cose piccole, perché le grosse mi soffocano, non sono
fatto per le cose grandi, preferisco far grandi le cose piccole.
Frank Horvat
: È
per questo che le tue foto più grandi le hai fatte qui a Senigallia.
Mario
Giacomelli :
Le devo far qui, è una questione di respiro. Come sarebbe possibile fare
un respiro qui, poi un altro nell'albergo, poi un altro a Milano ? Qui
tutto è come un respiro continuo. D'altra parte, ci sono delle cose che
non si sentono più. Io, per esempio, qui nella mia città, non ha mai
camminato con la macchina fotografica in mano, la gente non sa che io
fotografo. Mi dà fastidio la gente che sta attorno, che interroga.
Dunque mi allontano un po'. Quanto basta per trovare un mondo in cui
immergermi. In campagna, per esempio, non mi ero mai reso conto del
profumo del fieno, dopo la pioggia. Una cosa che non conoscevo,
cinquant'anni inutili per questa cosa, vedi quante cose ci sono da
conoscere, però sono tutte piccoline, quasi non fotografabili, ma che si
impastano nell'immagine.
Frank Horvat
:
Finalmente tu, stando qui a Senigallia, riesci a vedere le cose come se
tu fossi sbarcato oggi dal pianeta Marte, con l'occhio nuovo. Come
quando mi hai detto, alcune ore fa : "Io in automobile sbaglia sempre
strada, perché per me le strade sono sempre nuove".
Mario
Giacomelli :
Perché mi sembra sempre che qualche cosa stia per nascere, che qualche
cosa di diverso stia per avverarsi. Il luogo dove le cose accadono non è
così importante, un luogo vale l'altro. Mi dicono: come fai a fare
queste fotografie ? Ma non tengono conto che sono le immagini che
scelgono me, non io che scelgo loro. Come se il paesaggio mi dicesse
:"ma tu sei tonto, credi che sei tu che fai i paesaggi ? non vedi quanto
son bello ?" Ci sono delle immagini che ti bloccano loro, e tu cerchi di
capirle, però sono loro che vengono da te, come gli sguardi delle donne.
Tu dici : "quanto è bella questa !" e se lei ti dà l'occhio più dolce,
se vedi che si presta, tu dici : "Madonna ! forse io riesco anche a
baciarla". Il paesaggio è uguale, tu lo vedi e dici : "Madonna !". Il
paesaggio non scappa, ma io ho sempre paura che resti lì solo per un
attimo, lo faccio col cavalletto, perché faccio "due e ventidue", devo
sempre ricordarmi i numeri perché non capisco mai, con "due e ventidue"
ci vuole per forza il cavalletto, allora ho sempre paura che mi scappi,
continuo a guardare mentre sposto il cavalletto, trattengo il fiato, io
quando fotografo non respiro, mi blocco e scatto, quella per me è la
gioia più bella, come se avessi spogliato le più belle donne del mondo.
Quando loro si lasciano spogliare. Se son riuscito a fotografarle vuol
dire che è andata bene. Se no, si dirà che le ho sognate, e basta.
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